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 le leggi "ad aziendam" della sinistra italiana

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Bostrengo
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MessaggioTitolo: le leggi "ad aziendam" della sinistra italiana   Mer Gen 19, 2011 9:15 am

Un bell'articolo del 2007, che parla delle leggi "ad aziendam" fatte a garanzia del sistema economico e di potere che gira intorno la sinistra italiana ed in particolar modo al PD.Delle leggi "ad personam" di Silvio tutti ne parlano, mentre delle leggi "ad aziendam" dei suoi "oppositori" nessuno ne parla....L'articolo è un pò lungo ma per chi si vuole informare un pò è molto utile...

Cordiali saluti
Giacomo



Le leggi ad aziendam che il partito regala alle Coop: gli "onestini" al governo


Ci sono più notizie e scoop in questo libro che nella collezione degli ultimi anni dei maggiori periodici italiani. È la prima cosa che ho pensato dopo avere letto in anteprima il saggio di Rodolfo Ridolfi sulle cooperative rosse. Se andate di fretta e volete un esempio a colpo sicuro, andate subito a leggere il capitolo su Hera Spa, la multiutility di Bologna guidata da Tomaso Tommasi di Vignano. Sono le pagine più efficaci per documentare il gigantesco conflitto d'interessi che si è via via consolidato non solo tra le coop rosse e il Pci-Pds-Ds, ma anche con il governo di Romano Prodi sul piano nazionale e internazionale. Un conflitto d'interessi costruito in sordina, lontano dai riflettori dei media, ma talmente discutibile da imporsi come una questione morale e politica di primaria importanza. Una vera emergenza democratica.
L'ACCORDO DI ALGERI
Spieghiamo subito la dimensione internazionale di questo intreccio. A metà novembre 2006, Prodi è volato ad Algeri per stipulare un nuovo accordo per la fornitura di gas all'Italia della durata di 15 anni. All'iniziativa, oltre a Eni-gas, sono stati associati anche altri operatori: Edison (18%), Enel e Wintershall (13,5%), Regione Sardegna (10%) e la Hera Spa (9%). Nel sottolineare la novità costituita dall'inserimento di quest'ultima società nell'affare, il sito Dagospia, che sulle notizie economiche compete con i maggiori quotidiani e spesso li supera, ha ricordato che Hera Spa è guidata Tommasi di Vignano, un fedelissimo di Prodi, e che nella multiutility siede anche Alessandro Ovi, da sempre collaboratore del premier. Il che ha indotto Dagospia a osservare che «Prodi si è caricato di nuova energia». Una battuta di colore, che può sembrare assolutoria e risultare fuorviante, in quanto non dice tutto sul significato politico dell'operazione Hera-gas algerino.
TRIPLICE FILIERA ROSSA
Questa, infatti, rafforza non solo il premier, ma soprattutto il vero tutore politico della multiutility bolognese, ovvero il Pci-Pds-Ds, e segnatamente il ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani, che nel 2002 - nelle vesti di stratega del sistema coop - ne è stato il promotore, con un disegno lucido quanto ambizioso: fare di Hera Spa il nucleo forte di un nuovo modello di capitalismo rosso nel settore dei servizi pubblici. In pratica, una terza filiera da affiancare alle Coop (distribuzione commerciale) e all'Unipol (finanza e assicurazioni) per garantire al Pci-Pds-Ds un retroterra economico sempre più solido, assai utile per affrontare i costi della politica, ma anche un ruolo di player tra i cosiddetti "poteri forti".
LA PARABOLA DI HERA
Costituita il primo novembre 2002, Hera Spa ha via via inglobato le aziende municipalizzate di quasi tutte le maggiori città emiliane e romagnole (Bologna, Ravenna, Forlì, Cesena, Imola, Rimini, Cesenatico, Faenza, Savignano, Lugo, Riccione, Ferrara, Modena), serve 196 Comuni dell'Emilia- Romagna su 341, sei province su nove, e con le sue 73 società partecipate si occupa di tutte le utilities: acqua, gas, teleriscaldamento, nettezza urbana, termovalorizzatori, compostaggio, verde pubblico, illuminazione stradale e semaforica, giù giù fino ai servizi cimiteriali e funerari. Con un bacino d'utenza di 2,5 milioni di abitanti e utili in continua ascesa (59 milioni di euro nel primo semestre 2006), è la più grande multiutility in Italia. Se i progetti di espansione andranno in porto, la dimensione attuale risulterà addirittura moltiplicata. Hera Spa sta infatti puntando non solo a inglobare le municipalizzate più vicine, ma soprattutto ad allearsi con quelle per l'energia di Torino (Aem) e di Genova (Amga), già accomunate sotto la sigla Iride: insieme, Hera e Iride avrebbero un bacino d'utenza di oltre 4 milioni di abitanti e quasi 4 miliardi di euro di ricavi. A quel punto potrebbero sfidare (o allearsi, opzione preferita) con le municipalizzate di Milano (Aem) e Brescia (Asm), forti di un bacino di 4,5 milioni di utenti, di quasi 5 miliardi di fatturato e ricchissime di utili. Se Milano e Brescia si mettessero insieme, in campo energetico nascerebbe un soggetto economico che andrebbe a posizionarsi alle spalle di Enel, Endesa Italia e Edison.
OBIETTIVO FINALE
L'obiettivo finale della strategia Hera-Iride non è un mistero: acquisire il controllo delle utilities in tutto il Nord del Paese, senza trascurare le alleanze con le maggiori municipalizzate del centrosud. Il dossier politico di questa trama, come spiega Ridolfi, conta su due formidabili sensali, il ministro Bersani e il tesoriere Ds, Ugo Sposetti; su tre sindaci che sono avanti nelle trattative (Sergio Cofferati a Bologna, Sergio Chiamparino a Torino, Giuseppe Pericu a Genova: tutti di centrosinistra, ovviamente) e sulla protezione del premier Romano Prodi. Quest'ultimo è talmente convinto di questa alleanza che ha ritenuto opportuno parlarne nel suo primo incontro con il sindaco di Milano, Letizia Moratti.
INTRECCI COL PARTITO
Ed è qui che il conflitto d'interessi si è ampliato a dismisura, superando la dimensione dell'intreccio con il partito Pci-Pd-Ds per investire quello con il governo. L'esecutivo guidato da Berlusconi era accusato dalla sinistra di fare leggi ad personam, ma quello di Prodi, dove la sinistra ha il pallino in mano, fa di peggio: vara leggi ad aziendam. Quando si occupa di tv, lo fa per punire Mediaset (progetto Gentiloni), quando invece legifera su alcuni business (farmaci, utilities, energia), premia le coop e le Iri locali, cioè il proprio retroterra economico, le proprie clientele. Per giustificare tanto attivismo, gli sponsor di Hera Spa affermano di avere un obiettivo nobile: il bene degli utenti, cioè tariffe più basse e trasparenti. Ma come documenta Ridolfi il risultato è esattamente l'opposto: tariffe più elevate che in altre città e massima scontentezza delle associazioni dei consumatori, talvolta perfino di alcuni esponenti diessini che (vedi le denunce del segretario provinciale ds di Rimini, Riziero Santi) arrivano a definire Hera Spa «un mostro nato soltanto per fare business, una società a cui non frega niente dei problemi del territorio e della qualità dei servizi, aumenta le tariffe, non fa investimenti, sfrutta e licenzia i propri dipendenti, mentre il management è costituito da una schiera di privilegiati che pensano solo al successo personale».
L'ANTITRUST
Qualche critica degna di nota è arrivata anche dal Garante dell'Antitrust, Antonio Catricalà, che sulla base di «accertamenti effettuati», ha riscontrato «il perdurare di situazioni di monopolio, con conseguente creazione di ingiustificate rendite di posizione», oltre a «un'effettiva distorsione del normale confronto concorrenziale». Un'Antitrust che si rispetti sarebbe già andata oltre le semplici parole di biasimo. Ma la burocrazia, si sa, in Italia è sempre rispettosa di chi è al potere e lenta. Troppo lenta, visto che il monopolio sta tutto in una cifra: secondo un'indagine dell'Istituto Bruno Leoni, soltanto il 3% delle aziende municipalizzate opera in condizioni di mercato.
IL RUOLO DELLE COOP
Ma poiché questo è un libro sulle coop rosse, sugli uomini che le guidano e sui conflitti d'interesse che ne caratterizzano l'azione, il punto focale è un altro: vale a dire, qual è il loro ruolo nella nascita e nella crescita del moloch Hera Spa. E come e quanto sono corresponsabili della sua strategia. In proposito, Ridolfi non lascia dubbi. Nel Consiglio d'amministrazione della multiutility ci sono due uomini di spicco delle coop rosse: Luciano Sita, presidente della Granarolo e del Consorzio Gran Latte, e Piero Collina, vicepresidente di Finsoe (holding della Legacoop) e presidente del Consorzio cooperative di costruzione Acam. Non solo: anche l'amministratore delegato, Maurizio Chiarini, ha un passato nella Legacoop di Ferrara come responsabile del settore finanziario. Tutte queste tessere, messe insieme, inducono Ridolfi a scrivere che «tutto ciò fa nascere il convincimento che Hera Spa altro non sia che lo sviluppo del modello economico emiliano-romagnolo, un intreccio e una riconversione di quel modello fondato sulle coop rosse, che ora non si accontenta più di operare in ambito regionale, ma che aspira a colonizzare l'Italia». In altre parole, Hera Spa è il nuovo modello del capitalismo rosso, con una forte, anzi fortissima vocazione al monopolio e al disprezzo delle regole del mercato, al quale si accompagna una quotidiana tosatura di milioni di utenti con tariffe scandalosamente elevate. Il tutto con il beneplacito della sinistra.
LA BUFALA BERSANI
Volete un esempio ulteriore di questo andazzo? Non perdetevi il capitolo dedicato al ruolo che le coop rosse hanno avuto nella scrittura del famoso decreto Bersani. Qui, se posso usare un termine in voga tra i giornalisti, c'è un vero e proprio scoop: la dimostrazione, carte alla mano, che il ministro Bersani non è quel liberalizzatore che dichiara di essere e che i media abitualmente presentano, ma l'esatto contrario. Quanto meno in materia di servizi pubblici. Ridolfi ha infatti scovato e riprodotto la stesura iniziale e quella finale dell'articolo 13 del decreto Bersani, dedicato alle ex municipalizzate. La differenza sta in un inciso di poche parole, «con esclusione dei servizi pubblici locali» (inserito nella stesura finale), ed è quanto basta per ribaltare quello che era l'obiettivo dichiarato del provvedimento: evitare alterazioni o distorsioni della concorrenza. Con il codicillo aggiunto, di fatto il decreto Bersani salva i monopoli costituiti dall'aggregazione delle municipalizzate (cioè Hera Spa), settore dove già non esisteva la concorrenza e che con questa norma non la vedrà neppure in futuro.
IL DECRETO BERSANI E' STATO SCRITTO SOTTO DETTATURE DELLE COOP ROSSE
Il tremendo vizio di Ridolfi, quello di documentarsi, lo porta a rivelare altre cosucce interessanti. Per esempio, che il decreto Bersani è stato scritto sotto dettatura delle coop rosse. Non ci credete? Male. Dopo avere svelato che con l'articolo 13 il ministro per lo Sviluppo ha di fatto consolidato i monopoli delle municipalizzate (dove, è bene ripeterlo, le coop rosse sono azioniste di Hera Spa), con tanti saluti all'Antitrust di Catricalà, il buon Ridolfi racconta per filo e per segno come anche la vendita dei farmaci da banco nei supermercati, spacciata come una formidabile innovazione liberalizzatrice di Bersani, altro non è che la trasformazione in decreto di una proposta di legge di iniziativa popolare ideata e promossa dalle solite coop rosse. Per non togliervi il piacere della lettura del libro, mi limito ad anticipare che Ridolfi ha scovato e riprodotto pari pari i quattro articoli della proposta di legge delle coop rosse sulla vendita dei farmaci da banco nei supermercati, articoli che Bersani si è limitato a ricopiare nel decreto, imponendo al Parlamento di votarlo in fretta e furia con la fiducia il 4 agosto. Non solo. Mentre i supporter entusiasti giuravano che grazie al decreto Bersani i farmaci da banco avrebbero subito una diminuzione diprezzo tra il 25 e il 50 per cento, quel rompiscatole di Ridolfi che ti fa? È andato a vedere l'effetto reale: meno 11,9 per cento in media, contro il meno 20 per cento che già nella scorsa legislatura l'allora ministro della Salute Storace aveva consigliato e consentito ai farmacisti, ma ancora più distante dal 25-50 per cento di ribasso promesso. Insomma, una presa per i fondelli. RICAVI IN AUMENTO
Con la sponda politica del governo nazionale, di certo le coop rosse aumenteranno ricavi ed utili. Prepariamoci quindi a ritoccare verso l'alto le cifre che fotografano la loro già cospicua dimensione. Oggi Legacoop è un pezzo importante dell'economia italiana, il suo giro d'affari è di 45,7 miliardi di euro, pocopiù del 3 per cento del pil, conta 15.200 aderenti, 401 mila dipendenti e ben 7 milioni 350 mila soci. Nella classifica Mediobanca delle principali società industriali e di servizio, le cooperative occupano posizioni di rilievo: tra le prime 1.400 società, una settantina sono aderenti alla Legacoop e quelle quotate in Borsa sono13su un totale di 272 titoli del listino di Piazza Affari. Le coop più grandi hanno tutte sedi nelle regioni rosse, governate da sempre dal Pci- Pds-Ds. E l'intreccio coop rossepartito- enti locali è tale che la stragrande maggioranza dei dirigenti delle coop sono stati prima funzionari di partito (ovviamente del Pci-Pds-Ds) e amministratori locali. Ma vale anche il processo inverso, perché - come documenta Ridolfi - le coop rosse e il Pci-Pds- Ds sono ormai la stessa cosa. Basta leggere l'elenco dei nomi contenuti nel quarto capitolo per averne la prova. Un elenco che, in passato, molti giornali avrebbero pubblicato come scoop.
LA BASE DEL CONSENSO
Scavando nelle fonti più disparate, Ridolfi descrive come nessuno ha fatto prima d'ora il conflitto d'interessi tra coop rosse e Pci-Pds-Ds, raccontando numerosi episodi per lo più sconosciuti, che coinvolgono quasi tutte le coop di maggiori dimensioni, dalla Cmc di Ravenna alla Manutencoop, dalla Granarolo alla Coopservice, senza dimenticare l'Unipol e il Bingo. Anche il lettore più smaliziato e documentato scoprirà in queste pagine cose che neppure immaginava. Compreso l'uso spregiudicato delle coop per costruire quel consenso politico grazie al quale il Pci-Pds- Ds domina incontrastato in alcune Regioni da circa 60 anni. Una spregiudicatezza che di volta in volta ha portato il sistema coop a sporcarsi le mani anche con le tangenti e con la mafia. A dirlo non è il buon Ridolfi, ma un intellettuale di sinistra, Ivan Cicconi, che in un saggio ormai introvabile, La storia del futuro di Tangentopoli, descrive quello che definisce «Rito emiliano ».
IL RITO EMILIANO
Vista la delicatezza dell'argomento, diamo la parola a Cicconi: «La caratteristica del Rito Emiliano è data dal fatto che i soggetti imprenditoriali che ne sono protagonisti vedono al proprio internoun ruolo determinante di componenti partitiche. È il caso soprattutto delle imprese cooperative che lavorano nel settore delle costruzioni e in particolare negli appalti pubblici... ».
Ancora: «Quando dentro il sistema delle imprese operano e vivono i partiti, non vi è più l'esigenza di trasferire soldi fuori da queste. Quando poi i partiti degradano, la politica diventa consociazione e spartizione degli incarichi; allora, dentro la cooperativa la componente di partito diventa semplicemente una lobby che difende solo i propri interessi. Quando a questo degrado della politica si aggiunge il degrado delle finalità di impresa cooperativa e questa abbandona i suoi caratteri e le sue finalità sociali, allora la Cooperativa diventa una straordinaria macchina tangentizia assolutamente legale, per la quale il partito deve solo garantire l'appalto pilotando le gare che gestisce tramite l'amministratore pubblico ».
TANGENTI LEGALI
Riassumiamo: le coop sono una macchina tangentizia legale. Se devono servire il partito, possono fare di tutto anche allearsi con la mafia. Tutto chiaro? L'autore di questa equazione, l'ingegner Cicconi, già capo della segreteria tecnica del ministro dei Lavori pubblici, NerioNesi, è ora-puntualizza Ridolfi - direttore di Quasco, società consortile mista pubblico-privata, a maggioranza pubblica. Fondata nel 1985 come Centro Servizi su iniziativa della Regione Emilia-Romagna tramite la società controllata Ervet, la Quasco vede oggi la presenza, fra i soci privati, di consorzi e imprese del settore delle costruzioni e impianti e annovera fra i soci anche i consorzi e le cooperative rosse rappresentate nel consiglio di amministrazione da Mauro Giordani. Cicconi è dunque un dirigente di sinistra da tempo bene inserito nel sistema economico rosso ed è certamente bene informato.
LE COOP PAGANO POCHE TASSE
Pagare poche imposte è sempre stato un tratto caratteristico delle coop. All'inizio, serviva a proteggerne la mutualità. Ma ora, spiega Ridolfi, il privilegio fiscale continua a riguardare anche quelle coop che hanno dimensioni tali da figurare tra le prime aziende del Paese nel settore di competenza. Il che si configura come un fattore di concorrenza sleale verso le imprese private operanti nel medesimo settore, e un aiuto di Stato indebito che prima o poi dovrà fare i conti con l'Unione europea.
«Le coop - scrive Ridolfi - grazie a queste condizioni di favore, che hanno determinato la distorsione del mercato e vere e proprie condizioni di concorrenza sleale nei confronti di tutti gli altri imprenditori privati, sono in assoluto il primo gruppo della distribuzione italiana: lo sono in termini di quantità, di punti di vendita, di presenza sul territorio e di volume d'affari.
I NUMERI
La quota coop di mercato è superiore al 17%. Il 90% di questo fatturato è realizzato da nove grandi cooperative che operano a livello di tre macroregioni (Nord Occidentale: NovaCoop, Coop Liguria e Coop Lombardia; Adriatica: Coop Adriatica, Coop Estense, Coop Consumatori NordEst; Tirreno: UniCoop Firenze, UniCoop Tirreno, Coop CentroItalia). La coop è presente in 17 regioni italiane su 20, in 86 capoluoghi di provincia su 105, in 690 città. Il gruppo controlla 70 ipermercati, 561 supermercati, 199 discount, 446 altri punti vendita di piccole e medie dimensioni. È un gruppo in piena crescita e il piano di sviluppo prevede l'apertura di altri 29 ipermercati e 79 supermercati con investimenti per oltre 2 miliardi di euro. È evidente come le agevolazioni fiscali sopra illustrate costituiscono un reiterato aiuto di Stato in violazione dell'Articolo 87 del Trattato CEE e non possono essere oggetto di alcuna giustificazione ». Se poi si vuole avere qualche esempio concreto, con tanto di cifre, sui privilegi fiscali di cui godono le coop, non c'è che l'imbarazzo della scelta.
ESEMPI CONCRETI
«Una simulazione effettuata su Coop Adriatica, che fa un utile lordo di 29 milioni di euro e paga 8,5 milioni diimposte,ci dice che il risparmio effettivo sull'Ires rispetto alla tassazione teorica di una spa equivalente sarebbe di quasi 9 milioni. Secondo un'altra elaborazione sui conti delle prime sei coop di consumo di Holmo, che negli ultimi due anni hanno dichiarato un utile lordo medio di 180 milioni di euro pagandone 59 di imposte, il risparmio fiscale sarebbe di oltre 65 milioni. Nel biennio 2004-2005 le nove grandi Coop hanno versato alle casse dell'erario oneri fiscali (Ires+Irap) e previdenziali per circa 751 milioni di euro. Ma, se non godessero di privilegi fiscali, avrebbero dovuto versarne molti di più. È proprio vero che "la coop sei tu", soprattutto perché hai pagato al suo posto la differenza, non a caso le Coop hanno pronto un piano di investimenti di due miliardi di euro in tre anni, con l'apertura di 40 tra ipermercati e supermercati».

Tino Oldani

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MessaggioTitolo: Re: le leggi "ad aziendam" della sinistra italiana   Gio Gen 20, 2011 9:04 am

Bell'articolo, avevo letto altre cose sulle cosiddette coop rosse ma non avevo sentito dire di questo libro.
Del resto lo vediamo anche nella nostra provincia a cosa porta il monopolio politico di una sola parte, oppure guarda la Campania con Bassolino..

Una sola precisazione, visto che il trinomio Pci-Pds-Ds si ripete spesso, il pci a differenza del pds e dei ds non è mai stato al governo....
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Bostrengo
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MessaggioTitolo: Re: le leggi "ad aziendam" della sinistra italiana   Sab Gen 22, 2011 3:40 pm

Si, nella stragrande maggioranza dei comuni, provincie e regioni...cmq tra leggi "ad personam" e leggi "ad aziendam" siamo veramente ridotti male...
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